Castles made of sand ...

... fall in the sea, eventually

Pranzo in Casa Ceresa.

Anche se in ritardo, posto alcuni frammenti di quel meraviglioso pranzo in Casa Ceresa. 

Era il 16 marzo 2008. Poi Max mi devi aiutare a completare il menù perché non ricordo tutti i tipi di grappa.

Aperitivo con un gradevolissimo Prosecco Brut IGT di Ruggeri.

Primo.

Bucatini al caciopepe. Il caciopepe è un formaggio stagionato con il pepe, dal profumo affumicato, che da solo da struttura ad un piatto che all’occhio non sembra, ma è uno spettacolo per il palato. Poi Max tiene i bucatini al dente e la cosa piace a tutti, in particolar modo Matteo che replica. 

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Notare lo sfavillante colore dei sottopiatti, caraffa e bicchieri.

Secondo.

Faraona in tecia con valeriana di stagione e patate al forno. La faraona della campagna trevigiana l’ha portata e preparata Valentina direttamente dal suo piccolo allevamento.

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Primo e secondo annaffiato da un Barolo del 2000 da 14,5° da restar storditi. Un vino difficile per le donne, per fortuna degli uomini.

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Dolci.

Greca di Tonolo, una torta di mandorle e zucchero a velo morbidissima e pastine.

Finale.

Qui è saltato fuori un po’ di tutto. Le grappe di Max, una alle ciliegie e un’altra che non ricordo. Liquirizia, limoncello e poi la famosa grappa di Barolo invecchiata 10 anni che andava aperta.

E per concludere, caffè. 

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Quel vecchio!

Quando penso ad un pazzo, il mio pazzo è Galileo Galilei,

scomunicato e condannato per aver tolto la terra dal centro del sistema solare.

Quando penso a un nero, ricordo “La calda notte dell'ispettore Tibbs”,

pellicola dove Sidney Potier, determinato e incorruttibile ispettore dell’FBI,

riesce a farsi rispettare e stimare da bianchi razzisti.

Quando penso ad un invalido, penso a Christopher Reeve, l’attore di Superman,

morto da tetraplegico, dopo 10 anni d’impegno contro la distrofia muscolare.

 

Quando penso a un vecchio penso a “Il vecchio e il mare” di Hemingway.

Santiago, un pescatore saggio, caparbio e sensibile,

che ama ancora misurarsi con il mondo, lavorando di nervi e ricordi.

Un uomo dallo spirito teso e compatto, come la fibra della sua pellaccia.

 

Quando penso a un vecchio penso a quel signore che abita in fondo alla via.

 

Da quando ho dodici anni lo vedo camminare solo per le strade del paese.

Ha due figlie e una nipotina che tutti i giorni va a prendere all’asilo.

È vedovo da quasi 20 anni. Ama ancora sua moglie. Ama ogni cosa.

 

Sembra sereno.

 

Dice che ogni cosa è viva, anche l’asfalto che calpestiamo. Anche sua moglie.

Un giorno mi ha raccontato della guerra e di quando ha conosciuto Mussolini.

Nei campi di concentramento ha imparato ad essere metodico.

Si sbarbava tutte le mattine. Da quando ha perso sua moglie continua a farlo.

 

Ha uno sguardo intenso che punta poco sotto l’orizzonte, che non si fa distrarre.

Osserva, probabilmente molte più cose di quelle che gli stanno davanti.

 

Sarà per questo che non sembra solo, non mi è mai sembrato solo.

Sembra impastato di dolce malinconia, mentre passeggia per il paese

e si emoziona ancora, immerso com’è nel profumo di fiori e ricordi.

 

Ora che ho trent’anni e che mi sono trasferito non lo vedo più,

ma son certo che come tutti gli autunni, dopo la pioggia,

esce a respirarsi l’odore delle sue inzuppate foglie secche,

mentre l’acqua nelle strade e qualche ricordo evapora in cielo.