Castles made of sand ...... fall in the sea, eventually |
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mercoledì, 18 novembre 09 00:42
Ultimo amore - Vinicio CaposselaFresca era l'aria di giugno e la notte sentiva l'estate arrivar Tequila, Mariachi e Sangria la fiesta invitava a bere e a ballar lui curvo e curioso taceva una storia d'amore cercava guardava le donne degli altri parlare e danzare
e quando la notte è ormai morta gli uccelli sono soliti il giorno annunciar le coppie abbracciate son prime a lasciare la fiesta per andarsi ad amar la pista ormai vuota restava lui stanco e sudato aspettava lei per scherzo girò la sua gonna e si mise a danzar
lei aveva occhi tristi e beveva volteggiava e rideva ma pareva soffrir lui parlava stringeva ballava guardava quegli occhi e provava a capir e disse son zoppo per amore la donna mia m'ha spezzato il cuore lei disse il cuore del mio amore non batterà mai più
e dopo al profumo dei fossi a lui parve in quegli occhi potere veder lo stesso dolore che spezza le vene che lascia sfiniti la sera la luna altre stelle pregava che l'alba imperiosa cacciava lei raccolse la gonna spaziosa e ormai persa ogni cosa presto lo seguì
piangendo urlando e godendo quella notte lei con lui si unì spingendo, temendo e abbracciando quella notte lui con lei capì che non era avvizzito il suo cuore e già dolce suonava il suo nome sciolse il suo voto d'amore e a lei si donò
poi d'estate bevendo e scherzando una nuova stagione a lui parve venir lui parlava inventava giocava lei a volte ascoltava e si pareva divertir ma giunta che era la sera girata nel letto piangeva pregava potere dal suo amore riuscire a ritornar
e un giorno al profumo dei fossi lui invano aspettò di vederla arrivar scendeva ormai il buio e trovava soltanto la rabbia e il silenzio di sera la luna altre stelle pregava che l'alba imperiosa cacciava restava l'angoscia soltanto e il feroce rimpianto per non vederla ritornar
il treno è un lampo infuocato se si guarda impazziti il convoglio venir un momento, un pensiero affannato e la vita è rapita senza altro soffrir la poteron riconoscere soltanto dagli anelli bagnati dal suo pianto il pianto di quell'ultimo suo amore dovuto abbandonar
lui non disse una sola parola no, non dalla sua gola un sospiro sfuggì i gendarmi son bruschi nei modi se da questi episodi non han da ricavar così resto solo a ricordare il liquore non pareva mai finire e dentro quel vetro rivide una notte d'amor
quando al profumo dei fossi a lui parve in quegli occhi potere veder lo stesso dolore che spezza le vene che lascia sfiniti la sera la luna altre stelle pregava che l'alba imperiosa cacciava a lui restò solo il rancore per quel breve suo amore che mai dimenticò mercoledì, 18 novembre 09 00:38
Grazie!Di "grazie" alle tue lacrime non asciugarle in fretta Meglio piangere e nascere poiché non nascere è morire
Essere vivo, anche percosso e curvo non sparir nelle tenebre del plasma, è un minuto-cometa codaverde rubato al grande carro d'universo
Ingozzati di gioia come di rapanello, ferma il coltello, ridi Tu potevi non nascere ed è orribile e pure è orribile che vivi
Essere nato è un colpo di fortuna Vita è un black jack con una strega orrenda Uscir dal mazzo è già un caso sfacciato come tirare con un asso un re
Fumo di visciolo dà il capogiro ebbro di tutto e nulla dal prodigio non ridestarti, se puoi dal prodigio della tua apparizione
Se non ti aspetti in cielo il paradiso non offender la terra con gli insulti una seconda vita non verrà e poteva non esserci la prima
Confida nei bagliori e non nell'estinzione fra le erbe della steppa e fra le euforbie gettati e senza predicare troppo rovescia sulla schiena l'universo
Non essere scapestrato, è sconveniente nel dolore sull'anima in rovina lurido e lacerato come Zorba celebrando la tua vergogna, danza
Grazie ai gatti più neri che hanno tagliato la tua strada e ancora grazie a tutte le bucce di cocomero su cui sei scivolato e grazie a ogni dolore, anche al più forte perchè qualcosa tuttavia ha dato e grazie alla più disperata sorte perchè una sorte tuttavia c'è stata
Evgenij Evtushenko lunedì, 16 novembre 09 23:36
Annodati come vermi siamesiAnnodati come vermi siamesi Io e Carol avvolti da una nebbia densa e appiccicosa con l'oscurità immensa sopra le nostre teste che ci spia Mi ha morsicato il labbro inferiore e ora l’aroma dolciastro del sangue mi scivola in gola La sua ugula gracchiante vibra sotto il palmo avvolgente della mia mano Mi hai tagliato il labro le dico lei ridacchia divertita mentre le mie unghie le trafiggono il collo che stringo come mi ha chiesto Mi fissa con quegli occhi immensi che sembrano li pronti per rotolare giù dal sedile posteriore della mia vecchia cabriolet Poi Carol grida un urlo viscerale ed isterico la guardo sorpreso e lei ride ancora come una pazza invasata che cerca di imbarazzarmi e ci riesce infatti ma le sorrido e con la mano destra le spremo quei suoi capezzoli grossi e duri come olive fino a farle chiudere gli occhi così continua quel ghigno strozzato e finto che sovrasta I put a spell on you dei CCR ma poi un rumore lontano Mi guardo intorno come per sorprendere qualcuno che ci spia ma in questo tratto di ferrovia ci sono solo alti pioppi ed arbusti e allora è l’alcol che si è preso le nostre percezioni e ora tutto prende forma e muta da se Eppure il frastuono cresce e si fa riconoscere e allora lo guardo passare questo treno merci con nove dieci undici dodici tredici quattordici vagoni Riabbasso lo sguardo e Carol ha il capo voltato di lato e il naso immerso nei suoi capelli ricci sfibrati e tinti di un biondo pallido e il suo volto ancor più pallido e lo sguardo fisso e assente Mollo la presa e la scuoto con violenza chiamandola ma non risponde Mi avvicino Ascolto il suo respiro Respira La schiaffeggio senza troppa convizione e continuo a scuoterla gridando il suo nome Perché deve inzupparsi il fegato di birre se non le regge Balzo in piedi e mi guardo intorno in cerca del mio cellulare quando un vento gelido sbatte sul mio corpo nudo e sudato Perché devo tirar giù la capotta appena colgo nell’aria la minima traccia di primavera La nebbia stanca si è adagiata sui campi bassa talmente bassa da sembrare un foulard di seta bianca piegato pù volte su se stesso Un brivido mi percorre mentre vago con lo sguardo sopra questa sconfinata distesa di polvere bianca che s’insinua tra i fili d’erba e nei fossi nascondendo le coltivazioni di soia e ogni altra cosa più bassa di un metro E d’un tratto vedo tra la caligine qualcosa di rosso che si muove a quattro zampe lungo la mia auto Non credo esistano cani rossi Provo ad avvicinarmi senza scendere dall’auto e quella cosa si allontana verso degli alberi e si ferma Accendo i fari dell’auto, la luce si diffonde e allora capisco Un uomo pallido e grassottello con una maglietta rossa se ne sta a carponi fermo e immobile tra la nebbia e gli arbusti come se non potessi vederlo Guardone maledetto Che fai li? provo a chiedergli Che cazzo ci fai li? grido con più enfasi sporgendomi verso di lui Nessuna reazione quasi fosse di pietra Poi d’un tratto s’alza di scatto lanciandomi una manciata di terra e scappa di corsa verso la ferrovia Ed è qui che la mia rabbia culmina Ed è qui che scendo dall’auto nudo e scalzo Corro Corro come un pazzo dietro a quel pazzo e grido bastardo bastardo schifoso corri lurido verme Lui ha le scarpe ed è veloce mentre io con la nebbia non vedo dove metto i piedi che mi fanno male e mi manca il fiato e sono nudo in mezzo ad un campo e c’è Carol svenuta nella mia auto Che sto facendo? Mi fermo, mi calmo e torno indietro sperando che con il trambusto si sia risvegliata Carol è ancora nella posizione in cui l’ho lasciata con il capo rivolto verso il sedile Le giro delicatamente la testa e un rigolo di vomito le cola lungo la guancia Ha gli occhi aperti e spenti martedì, 03 novembre 09 17:10
La vita fugge e non s'arresta un'oraLa vita fugge e non s'arresta un'ora: E la morte vien dietro a gran giornate; E le cose presenti e le passate Mi danno guerra, e le future ancora. E 'l rimembrar e l'aspettar m'accora Or quinci or quindi sì, che 'n veritate, Se non ch'i' ho di me stesso pietate, I' sarei già di questi pensier fôra. Tornami avanti s'alcun dolce mai Ebbe 'l cor tristo; e poi dall'altra parte Veggio al mio navigar turbati i venti: Veggio fortuna in porto, e stanco omai Il mio nocchier, e rotte àrbore e sarte, E i lumi bei, che mirar soglio, spenti.
Francesco Petrarca |
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