Castles made of sand ...

... fall in the sea, eventually

Vicky Cristina Barcellona.

Amo le voci fuori campo di Blade Runner o quelle voci che raccontano epoche, fatti storici, voci che servono da collante per lunghi salti temporali. Non mi piacciono quelle voci che raccontano quello che già si vede. In questo film vedi una donna rilassarsi a cena e la voce dice “era già più rilassata”…. Ma va?

Poi Barcellona, soggetto splendido, è meno affascinante che su una cartolina. Sarebbe come prendere Marilyn Monroe e farle una foto mentre fa un finto sorriso impostato, magari costringedola in una posa statica. La Monroe che deve alzare una gamba, stendersi, mettere le mani sui fianchi, ammiccare, sedurre, diventa una foto tessera.

E poi non si poteva andare su Los Inhumanos, Nacha Pop, Mojinos Escozios o qualcosa di più emotivo dal punto vista musicale, qualcosa di terribilmente nostalgico o spensierato.

Ok Woody, hai fatto in fretta, dovevi fare un film su Barcellona e l'hai fatto e non avevi già un trip psicosessualfilosofico da proporre. Eppure quando situazioni semplici finiscono nelle mani di un intellettuale psicoanalitico e sensibile, qualcosa di poetico ne viene fuori.

Quindi poco importa se la sceneggiatura è scarna, sorretta per l’appunto dalla voce fuori campo e da qualche intellettualismo qua e là, dopotutto gli attori sono per la maggior parte del tempo spontanei e a loro modo credibili, e divertono.

Questo film è una specie di carezza romantica, in grado di alleggerirti, è un buon bicchiere di vino de rioja alta e le donne, sono splendide. Si capisce che il povero Javier rimane invischiato con tutte e fa niente se la Scarlett è al solito modo una ragazzina un po’ stereotipata che sa solo cosa non vuole. Anche il marito della mora è fin troppo stereotipato, forse il personaggio meno credibile, in quanto dannatamente scemo.

Poi c'è la Cruz che fa vedere quanto è più brava di tutti gli altri del cast e c'è qualche riflessione qua e la niente male, com il gusto per il bello, o almeno il gusto di ricercarlo e l'eterna questione dell’amore, sempre li, al centro della scena. Il padre di Javier detesta l’umanità perché “nonostante secoli di civiltà non ha ancora imparato ad amare” mentre la moglie di Javier sostiene che solo l’amore inappagato è veramente romantico.

E non importa capire come fa il padre poeta mai pubblicato a vivere e come fa Javier a pensare solo a quadri, donne, vino, aerei, gite in campagna ... l'importante è cosa pasa, no? E quel che pasa es calcosa de mui piasevole, caliente, culmo de pura passion. No, no es malo Espaniol, no es error de battitur, soio solo Veneto. W lo spritz. ;-)

 

Ratatouille!!

La maggior parte delle opere mediocri hanno molta più anima della critica che le definisce tali.
Non è l'incipit del ritratto di Dorian Gray, ma l'ultimo film d'animazione della Pixar-Disney, dipinto come un quadro fantastico e parecchio animato, con topi, condimenti e riprese che si muovono di continuo in una Parigi golosa e ispirante.
Remy, eroe ostinato che rincorre i suoi talenti è un topino dal palato delicato che cerca di riconoscere l'uno nelle sue due metà e per ritrovarsi immagina il suo mentore.
Non vi è mai capitato di far finta di parlare con una voce che in realtà è nella vostra testa, sapendo che è già tutto dentro di voi?
Questo è l'appassionato modo di andare avanti di Remy, che troverà lungo la strada creatività, talenti e coraggio nell'adeperali. E per sedurre il critico più esigente basta la ricetta più semplice dal sapore evocativo. Un'esperienza gustativa che ha l'effetto di un viaggio temporale, trapiantato in quel preciso istante, disperso tra i ricordi d'infanzia, in cui sua madre aveva preparato Ratatouille.
Merita di essere visto, ma ancor di più di essere ascoltato, come se non fosse un semplice cartone. C'è ispirazione, poesia e attenzione al dettaglio in questo nuovo classico d'animazione.

La ricerca della felicità?

Al solito, se non hai visto il film e vuoi vederlo, non leggermi. Se però non mi leggi e poi vai a vedere il film, allora torna a leggermi. Se invece l'hai già visto, non tornare a vederlo, ma resta qui a leggermi. Se non l'hai visto, non lo vedrai e non vuoi leggermi, allora che te lo dico a fare.

 

Ora che ho ridotto i miei lettori ad un terzo di tenaci appasionati, passiamo alla ricerca della felicità.

 

Il nostro Chris Gardner sembra averla trovata, alla fine del film, perché a quanto pare alla fine diventa qualcuno.

Non era già qualcuno, evidentemente, quando riusciva a credere in se stesso come uomo e come padre, vendendo uno scanner osseo al mese. Se non fai milioni di dollari non sei qualcuno. Se non sei qualcuno non sei felice.

Eppure mi sembrava felice, quando all'apice della disperazione suo figlio gli ha detto "sei un bravo papà".

 

Il buon Muccino, regista romano che un po' fatica ad esprimersi a parole, qui fa le riprese e poco più. Forse non dice nemmeno "Ouu, Ciak, se giraa" alla Totti. Io lo so che nella sua testa qualcosa gira, in modo caotico come nella sua città, ma questo disordine a volte è creatività, a volte si trasforma in "arte", insomma una specie di forma d'arte.
Un po' come è capitato con l'ultimo bacio e con ricordati di me, che infondo sono delle passabili commedie italiane, con alcuni momenti di bravura (più tra gli attori, a dir la verità, che alla regia).

Ma questo film non è un film di Muccino. Qui lui non ha ideato nulla. Non ha messo mano alla sceneggiatura. Muccino non è un genio, ma saprebbe fare qualcosa di più articolato di questo film e magari avrebbe inserito delle storie parallele, dei personaggi secondari significativi, un po' più di enfasi e ironia nella recitazione. Invece qui obbedisce a mamma America che l'ha chiamato e gli ha detto cosa fare. E lui esegue, punto e a capo!

 

Così il film è un loop continuo della stessa scena, dal primo al terz'ultimo minuto. Provo, forse va, no non va, insisto. Provo, forse va, no non va, insisto. Devi essere tenace. Provo, forse va, no non va, insisto. Un paio di spunti retorici, un'asmatica strozzata che cerca di doppiare la moglie e tanto esasperato esasperante dramma ... ed il film è fatto!

Nel piatto ci sono comunque buoni sentimenti e di contorno basta e avanza la simpatia epidermica di Will Smith, che è intenso e credibile anche interpretando un personaggio umile (lui che è sempre così fico).

Ma forse il film vuole essere educativo. La vita può essere dura, durissima e questo film te lo fa capire fin troppo bene e anche se Chris conserva sempre intatto il suo spirito (mai un momento di debolezza) e conserva il suo stage da broker, giubbetto alla moda, orologio al polso, cravatte, camicie e vestiti in ordine per poi allo stesso tempo mettersi in fila con i barboni ... ad un certo punto tocca veramente il fondo. Lo tocca veramente e finisce a dormire con il figlio in un bagno della metropolitana. E lo fa copiando la simulazione giocosa di Begnini in "La vita è bella". Eppure il giorno dopo era elegante e profumato e tutto sommato abbastanza sereno per portare avanti le sue trattative da broker.

E poi, dopo le discese ardite, ecco le risalite e Chris ce la fa. Alla fine lui, da solo, ce la fa. Tutta quella enormità di gente ridotta alla povertà che cercava un tetto per dormire della quale lui faceva parte, scompare.

Certo, questa è la storia di uno che ce la fa e ce la fa alla grandissima. Diventa milionario ... e che scherziamo?

 

Ora però ad Hollywood hanno capito che è pericoloso fare il solito film da "sogno americano", così ci servono 2 ore di incredibili sventure e solo 3 minuti di successo. Così non passano per moralisti, retorici e il film può conservare il fascino poetico dei perdenti.

 

Se vuoi farmi piangere, cara Hollywood, devi farlo senza che me ne accorga, deve sembrare tutto vero, così che io possa scivolare nella storia e quando finalmente son li, allora puoi scaricarmi un bel pugno nello stomaco ... ma devi farlo con stile!

La politica forzata del dramma, senza offrire una ricostruzione realistica delle situazioni, è un modello di cinema che va troppo di moda ultimamente, meccanismo di commozione fin troppo oliato per mescolarsi all'acqua salata dei miei occhi!

 

Ray!

No, non sarà proprio un commento. Questa sera ho visto Ray. 140 minuti sulla vita del grande Charles. Hit the road Jack! Come non potrei sentirlo vicino, il grande Ray.

 

Alcune cose del film (solo se lo avete già visto, altrimenti ve lo rovinate).

 

A 7 anni vede suo fratello più piccolo annegare in una tinozza d'acqua. Gli occhi non hanno più voglia di vedere e iniziano a lacrimare tutti i giorni.

Pian piano diventa cieco e quando il mondo non ha più colori, si inizia a sentirlo... i respiri della madre, le foglie, gli uccelli ... e la musica, il ritmo e tutto ciò che vive.

Ma più di ogni altra cosa sente il dolore di perdere l'autonomia, i colori, un fratello con cui giocare, la vicinanza con la madre. C'è da andare a pezzi, verrebbe voglia di prendere Dio a sberle e chiedergli di porgere l'altra guancia.

Invece no, un frammento d'anima resta aggrappato alla vita e la trascina avanti, attraverso la musica, fino all'eroina, all'amore per una donna, al successo, al matrimonio, alle amanti, al primo figlio.

Gioie e dolori, bene e male e poi ancora dischi, soldi, amicizie, liti e ancora eroina, ancora lei, sempre lei.

 

Eppure Ray il suo conto l'ha pagato tanti anni prima e non vuole essere giudicato.

Che si prova a perdere un fratello, una madre e la vista quando ancora non hai dieci anni?

Fino al 2004 lo si poteva chiedere a Ray, ma non sono qui per drammatizzare. Ciò che è stato e stato, giusto?

 

E ciò che ha fatto, ha fatto. Lasciamogli l'eroina che lo tiene in vita, lo fa essere artista e gli permette di lottare in quell'oceano di dolore. Si, si, è sbagliato, non va bene, ma che ci volete fare, è la sua strada. C'è chi certi colpi non li regge e perde la testa, va in overdose, va in depressione cronica. Alcuni arrivano a togliersi la vita. Lui, invece, non salta una registrazione, non tarda ad un concerto, però si buca.

E poi la prigione, l'odio della gente, la moglie che non trova più il modo per amarlo, per stargli vicino, che vorrebbe vederlo più di 9 giorni all'anno, vorrebbe lasciarlo ... ma dove lo trova un altro Ray? Dove la trova un'altra anima del genere, una forza simile? E Ray dove la trova un'altra B?

 

Che sia Blues, che sia Country, funzionavi. Avevi il dono, il sangue nero, il groove. Con l'Atlantic, che poi produrrà anche i Led Zeppelin, eri più ruvido, più black, più grintoso .. ma il sound non l'hai mai perso e la vena creativa pulsava bene con l'eroina, ma ha continuato a funzionare anche senza latte più.

 

Così un giorno ti trovi sul treno dei benedetti, in prima pagina, indiscusso numero uno delle classifiche. Gran persona quel Ray. In Georgia non suoni per difendere i diritti dei neri. Proprio una gran persona quello storpio d'un nero.

Tua madre lo diceva: "Sei cieco, non sei stupido."

 

Ma forse si sbagliava. Che succede Ray? Oggi sei sul treno dei dannati. Tu, maledetto eroinomane vizioso in prima pagina, incapace di rielaborare il dolore, incapace di dare il buon esempio, incapace di scegliere l'amore, la vita, perché ormai troppo contaminato, troppo inquinato, troppo tu, troppo diverso.

 

Chiedi solo di non essere giudicato e di non sentirti solo in casa tua. 

"Baby, quando io cammino fuori da quella porta, io cammino da solo nel buio..."

Sei solo in tournee, solo sui giornali, durante le interviste. Sei solo nei tuoi ricordi, nelle ombre, nelle viscere della tua anima che suona e ascolta troppe note ...  e tutti intorno vogliono da te una fetta d'amore più grossa, ma tu non ne hai per tutti ... stai ancora lottando, cercando i pezzi e riesci ad esistere solo attraverso le canzoni. Hai amore solo per loro. Forse perchè loro non chiedono. Danno e basta.

 

Poi arriva B, tua moglie e ti chiede di smettere. Non per tuo figlio, per lei o per i soldi, ma per la cosa cosa che ami di più. La musica.

Se andrai in prigione ti leveranno la musica.

 

Ed ecco che smetti. Smetti per la musica, ma anche grazie all'amore di tua moglie. Smetti perché il tuo viaggio è compiuto e ora puoi regalare all'umanità altri quarant'anni di musica senza più bucarti.

Non male Ray, non male per drogato cieco di colore.

 

Chissà che ti ha detto Dio, nel 2004, quando sei arrivato lassù?

Secondo me nulla.

Ti ha solo passato lo sgabello e indicato il pianoforte.

(Il microfono li non serve, c'è un'acustica pazzesca.)

 

Intanto qui giù, noi uomini continuiamo a giudicarci l'un l'altro. Bizzaro, no?

(Tutto un trambusto, un eco continuo.)

Chiedi alla polvere

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