Castles made of sand ...

... fall in the sea, eventually

Salvador Dalì

Una notte d'agosto di qualche anno fa tornavo da una discoteca, sudato, ubriaco ed affamato. Pochi giorni prima avevo visto la monografica di Salvador Dalì a Palazzo Grassi. Ero talmente stanco che mi son lasciato cadere sulla poltrona in soggiorno e mi sono addormentato. Ho fatto una specie di sogno che poi ho scritto e rivisitato.

 

 

 

La mie braccia scivolano giù dalla poltrona e si allungano fino a posarsi sul marmo, mentre la mia testa cade all'indietro, oltre lo schienale. Il collo si allunga e si sfina lentamente, fino a quando il capo si posa a terra. Sento che devo vomitare. La stanza è rovescia e deforme e il pavimento è pieno di grosse voraci formiche.

 

Cerco di guardarmi intorno, ma il mio capo scivola sul suo fianco destro, fino a posarsi sul pavimento gelido. Le formiche camminano tra i miei capelli, solleticandomi la cute. Entrano ed escono dalle cavità del naso e delle orecchie, si fermano curiose sopra le mie labbra serrate. Respiro a fatica con le narici invase da quegli insetti instancabili e la bocca chiusa. Poi vomito, vomito la cena di poche ore prima, vomito fagioli e pancetta. Cena deliziosa quella di questa sera.  

 

Il salotto si è riempito di elefanti ed io sono sui binari di un treno che sta arrivando piano. Spalancando e serrando la mascella riesco a far strisciare la mia testa verso la poltrona, ma subito la pelle del viso si sfalda, si lacera e si consuma, corrosa da quella bollente poltiglia parzialmente digerita che ho appena riversato sul pavimento. Il treno si ferma in centro soggiorno.

 

 

 

L'orologio deforme appeso al muro segna le quattro e cinquantotto del mattino, quando il mio occhio destro rotola fuori dalla sua orbita, per poi penzolare appeso ad un sottile fascio di nervi sanguinanti. Con questo nuovo punto di vista scopro che quasi tutti i miei capelli si son sciolti nel vomito e che metà del mio volto è solo ossa e denti. Ed è lì, sui miei incisivi sporgenti, che quel bulbo gelatinoso rimbalza incauto sgocciolando tiepido sangue sulla mia lingua.

Sconvolto, spalanco la bocca e mastico quella specie d'uovo sfatto e dolciastro. L'immagine raccapricciante del mio viso scarnificato scompare, ora non sono più un mostro.

 

 

 

Ho solo il mio occhio sinistro che mi mostra un rinoceronte immerso nella luce di un Cristo risorto. Il suo corno regge una corona di melograno.

 

 

Mi guarda immobile, respirando regolarmente e subito mi calmo. Poi piango con un occhio solo. Una lacrima immensa è pronta a cadere sulla luna, annegandola.

 

 

Resta li, sospesa e poi va e quando va mi sveglio in un sussulto, sudato, ubriaco e ancora affamato. Fuori dalla finestra troneggia senza vita una pallida luda. Pare sepolta in un cielo d'acqua salata.

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Complimenti per il blog. Originale ed affascinante. Continua così.
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